Gianluca Fazio
Beyoncé per Vanity Fair Italia: scans in HQ e trascrizione dell’articolo
24 Aprile 2013
in News, Intervista, Scans

Vive il periodo più intenso della sua carriera, ma non si è mai sentita così libera. Abile amministratrice del suo brand, la signorina Knowles è felice di essere diventata la Signora Carter, e per sua figlia dal nome “colorato” potrebbe addirittura smettere di lavorare. (Questo almeno ha raccontato a noi, intanto però le fa vedere il mondo da dietro un palco)

Di Jason Gay, foto Patrick Demarchelier, servizio Camilla Nickerson

«Pronta per i capelli anarchici?», mi fa Jake Nava, il regista. Siamo in uno studio che guarda Midtown Manhattan dall’altra parte dell’East River, e Beyoncé Knowles, tranquilla in cima ai suoi stivali neri Giuseppe Zanotti Design, aspetta il ciak. Sta girando uno spot per L’Oréal Paris, e di anarchico nei suoi capelli c’è ben poco. Luccicano in quel modo fantastico e perfetto che i capelli hanno solo negli spot. E Nava – l’uomo che ha girato con Beyoncé vide memorabili, come quel Single Ladies che, sconfitto a sorpresa da Taylor Swift agli Mtv Awards, spinse Kanye West a interrompere clamorosamente la cerimonia di premiazione al grido di «ma questo è uno dei migliori video di tutti i tempi» – dirige il set con la tranquillità di un giocatore che sa di avere un asso nella manica.

La cinepresa parte, la macchina del vento proietta un getto d aria, l’impianto suono spara Michael Jackson a tutto volume Don’t Stop ‘Til You Get Enough, poi Lovesexy di Prince. Beyoncé inizia a ruotare le anche e le spalle, e fa quel broncio sexy che si ferma prima del limite di ciò che è «accettabile per i genitori». Da dietro il monitor, Nava la incoraggia con il suo accento londinese. Sembra Austin Powers: «Wow!». «Sì, così!». «Di più!». «Dammi qualcosa di diverso!».

Non dà indicazioni più precise, perché lei sa che cosa serve. Solo sapendo che cosa serve si vendono decine di milioni di dischi, si firmano megacontratti pubblicitari e si diventa un’icona. Da tempo Beyoncé non ha bisogno di cognome, ma strada facendo è diventata molto più di una musicista e attrice a tempo perso. Potremmo definirla come abile amministratrice di un brand di successo. Una che, mentre le colleghe solcano la notte in limousine, continua nonostante il tacco 15 a tornare a casa prima delle undici di sera. Una che Obama può descriverlo come «il miglior modello possibile per le mie fìglie».

La bellezza conta, conta la voce («Una voce incredibile», sintetizza l’amica Alicia Keys), e conta la sua capacità di consolidare nel mondo della pop music una posizione ormai più adulta che «trendy» («La Regina», la chiama il produttore Timbaland). Ma tutto quello che ha, soprattutto, lei lo sa «servire». La cinepresa sul binario si avvicina e Beyoncé scuote i capelli in quel modo che se lo fa un comune mortale chiamano l’ospedale psichiatrico, ma che eseguito da lei lascia senza fiato. «Stop!», grida Nava, e solo a quel punto lei sorride, e poi si tuffa a testa in giù e fa ruotare i capelli come una metallara in prima fila a un concerto degli Iron Maiden, le mani in alto con le dita a corna di diavolo. La troupe scoppia a ridere: erano questi, i capelli anarchici.

Fissare questo appuntamento è stato facile più o meno come programmare una partita di tennis con il Papa, ma alla fine eccola qui. La inseguo fino a una porta dove una bodyguard lascia entrare solo lei: Beyoncé ha bisogno di un minuto. Poco dopo vengo accompagnato in una stanzetta con un divanetto nero, una videocamera già accesa – da tempo ormai fa documentare ogni sua «attività da Beyoncé» -, un vassoio con la frutta più bella che io abbia mai visto, i suoi stivali già sfilati, e ordinatamente sistemati sul pavimento. Indossa ancora il body Norma Kamali e i pantaloni Helmut Lang, ma chiede qualcosa per coprirsi. Le portano una vestaglia bianca e lei ci si avvolge come una ragazzina che sta per accoccolarsi sul divano a guardare un film.

Beyoncé ha 31 anni, e sta vivendo forse il periodo più frenetico della sua carriera. Ha iniziato il 2013 partecipando alla seconda inaugurazione di mandato per Obama: nel 2009 cantò il classico di Etta James At Last – alla lettera, «finalmente» – per celebrare il primo nero alla Casa Bianca, quest’anno ha optato per The Star-Spangled Banner, l’inno americano (perfezionista com’è, per evitare problemi l’ha eseguito in playback; ne è seguita l’inevitabile polemica, a cui ha risposto con un’impeccabile interpretazione a cappella davanti ai giornalisti in conferenza stampa). Poi, al mitico intervallo del Super Bowl, ha catalizzato l’attenzione degli spettatori della finale di football con quella che verrà ricordata come l’interpretazione più sexy dai tempi del capezzolo di Janet Jackson.

Quindi è stata la volta di Nuclear, il brano della reunion temporanea (a otto anni dallo scioglimento) delle Destiny’s Child, la vecchia band con cui Beyoncé iniziò la sua carriera e con cui lanciò inni di riscossa femminista come Independent Women.

E, a qualche punto del 2013, arriverà il nuovo album, preceduto dal singolo Bow Down, uscito a marzo, che per i suoi testi insolitamente forti («Da bambine sognavate di essere nel mio mondo: non lo dimenticate, portatemi rispetto, e inchinatevi, stronze») ha sollevato un polverone – ma come? Beyoncé, quella che in Single Ladies e If I Were A Boy se la prendeva con il maschilismo, ora usa un termine così degradante? – fìno a quando qualcuno giustamente ha fatto notare che nel mondo dell’hip-hop quel bitch, «stronza» -, è usato regolarmente, e vero maschilismo è accorgersene solo quando lo pronuncia una donna.

Ma prima del nuovo disco è partito il nuovo tour, inclusa nuova controversia per la scelta di chiamarlo Mrs. Carter Show World Tour, dal vero nome e cognome (Shawn Carter) di suo marito, il re dell’hip-hop Jay-Z, e tutti di nuovo ad accusarla di aver rinnegato il suo femminismo: «Ma l’uguaglianza è un mito. Perché tutti accettano il fatto che le donne vengano pagate di meno? Io sono femminista nel senso moderno. Sono felice, amo mio marito, e Signora Carter è quello che sono». Il tour ha debuttato alla Kombank Arena di Belgrado, il 15 aprile – i biglietti di Milano, 18 maggio, sono andati esauriti in pochi minuti -, con nuovo clamore per i costumi audaci, in particolare un body con 30 mila cristalli che riproducono le forme di un seno femminile, capezzoli compresi.

In questo 2013, insomma, Beyoncé è ovunque, e la cosa,benché sia una veterana, la preoccupa: «Sono ancora nervosissima. e avverto la pressione…» Si interrompe perché, dalla stanza vicina, arriva il suono dolce e inconfondibile di un bambino che piange. La diva smette di parlare di lavoro e, quasi visibilmente, si scioglie. E in questo momento capisco con chiarezza che – per quanto importante sia per lei la carriera – tutto nella sua vita è cambiato, per sempre. «Sta per addormentarsi», dice con un sorriso. Parla ovviamente di Blue Ivy, che lei e Jay-Z hanno avuto a New York, il 7 gennaio del 2012, in mezzo all’isterismo che di solito circonda le nascite reali. «E la mia compagna di strada, la mia migliore amica», dice Beyoncé della bimba riccioluta. Sempre così riservata su tutto, sembra che la gioia della maternità sia per lei troppo incontenibile per non parlarne. «All’ottavo mese sentivo uno spirito materno fortissimo, non pensavo potesse aumentare ancora. Ma poi, durante il parto, ho provato questa connessione incredibile con la bambina. Mentre arrivavano le contrazioni la immaginavo, piccolissima, che stava spingendo una porta pesante. Mi sembrava che, al confronto della sua fatica, il mio dolore non fosse nulla. E so che sembro matta, ma io e lei comunicavamo».

Perfezionista come è, abituata a tenere tutto maniacalmente sotto controllo, nei primi mesi di gravidanza le era salita la paura di quel viaggio cosi imprevedibile. Ma in ospedale ogni timore è svanito: «Avevo accanto a me la mia famiglia, i miei amici più cari. E quello alla fine è stato il giorno più bello della mia vita». «Beyoncé è nata mamma», dice Kelly Rowland, amica di infanzia e compagna delle Destiny’s Child. Certo è che questo nuovo ruolo lo vive con grande naturalezza. Le sue giornate ruotano attorno alla famiglia – vorrei essere una mosca per sentirla cantare la ninna nanna – e soprattutto è cambiato il punto di vista: «Sento di avere un piedistallo più solido. Certo, la mia famiglia – mamma, papa, mio marito – è sempre stata una presenza importante, ma ora… la vita è tanto più importante di tutto questo.. .». «Tutto questo» è il successo, la ricchezza, la fama di una persona che ha superato i trent’anni – due terzi dei quali passati sotto i riflettori – senza neppure un giorno di quella sindrome autodistruttiva e scandalistica che sembra il pedaggio obbligatorio di ogni pop star. «Fin da bambina, è sempre stata più saggia dei suoi anni», dice ancora Kelly. «In parte forse dipende dal fatto di essere cresciuta nel negozio di parrucchiera di sua madre. Lo frequentavo anche io, e passavamo il tempo ad ascoltare le chiacchiere delle clienti, a imparare».

Gwyneth Paltrow, un’altra cara amica, racconta invece un aneddoto che sintetizza la capacità di Beyoncé di far convivere lavoro e vita: «L’estate scorsa era a registrare agli Hamptons, davanti all oceano. Sono andata a trovarla, e l’ho trovata che riascoltava le tracce con la cuffia, mentre Blue le dormiva addosso. E così che si fa: quello che ami, con le persone che ami».

Dopo il Super Bowl, e prima del tour, Beyoncé ha anche trovato il tempo per lanciare Life Is But A Dream, il diario televisivo in cui ha documentato gli ultimi due anni della sua vita. «La mia storia non è mai stata davvero raccontata», dice, «nessuno sa davvero chi sono io». E così la vediamo struccata, che parla da sola con il computer. O mentre viaggia in elicotteri e aerei privati, e dorme a Parigi al Ritz. O al mare in Croazia, vestita in bikini, amoreggia con il marito sullo yacht e duetta con lui sulle note di Yellow dei Coldplay.

O nuda in silhouette, con il pancione dove sta crescendo Blue (25 chili presi e poi persi, ha confessato a Oprah). Ma ci sono anche i momenti di dolore. Il racconto del «giorno più triste della mia vita», quello dell’aborto spontaneo che mise fine alla sua prima gravidanza, e di cui aveva già parlato Jay-Z nel brano Glory, dedicato alla paternità (compresi battito cardiaco e vagiti di BIue). E la difficile decisione di divorziare professionalmente da suo padre Mathew Knowles, che le aveva sempre fatto da manager, per essere davvero indipendente: «Lui mi ha insegnato tanto. E a volte sento una macchia nell’anima».

Aprirsi così è stato terapeutico, mi spiega, e mentre lo fa gli occhi si riempiono di lacrime: «Mi scusi se mi viene da piangere, ma questo film mi ha guarito, in tanti modi». È servito, in realtà, anche a smentire alcune leggende metropolitane. Per esempio, quella secondo cui la gravidanza fosse una finzione, e che a partorire Blue sia stata una madre surrogata: «Ma come si fa a pensare che una persona possa davvero inventarsi una gravidanza?».

Resistere serenamente ai pettegolezzi, dice, è più facile con Jay-Z. «Fa bene sapere che quella persona sarà sempre onesta con te, ti dirà sempre la verità, e capirà sempre quello che provi». A New York non è difficile incontrarli insieme, alle partite dei Brooklyn Nets, mentre fanno shopping da Bergdorf Goodmcin, a cena a Brooklyn in una pizzeria così modesta che il vino lo devi portare da casa. Riescono a vivere in pubblico una serena vita privata, e non e scontato per una coppia che si è sentita fare dal presidente Obama la seguente battuta: «Le nostre famiglie si assomigliano. Entrambi abbiamo figlie, e mogli più famose di noi». Certo la tentazione di leggere quello che scrivono di te su Internet è forte. Beyoncé si è imposta una regola: «Leggi pure la storia, ma non i commenti sotto, perché quelli fanno male».

Nel programmare il tour mondiale, ha fatto in modo di avere tempo libero, fra una tappa e l’altra, per far vedere il mondo a sua figlia, frequentare musei, ristoranti.

Ma soprattutto c’è la voglia di salire sul palco e far sentire la sua nuova musica, «che ispira ancora più forza». Celebra il fatto di essere moglie e madre, trae linfa dalla sua nuova vita. «Mai come ora, dopo aver partorito, capisco davvero il potere del mio corpo. Che ormai ha per me un significato totalmente diverso. Più chili o meno chili, non importa: mi sento più sicura, più donna, più femminile, più sensuale. E non ho più vergogna».

Altri figli? «Quando ero più giovane, a volte pensavo di non volere nessun figlio, altre volte ne sognavo quattro o cinque. Ora posso dire con certezza che un altro bambino lo voglio, solo non so quando». 

Quello che sa è che non tornerà, come un tempo, a perdersi nel lavoro: ci saranno, di tanto in tanto, momenti di pausa. «Perché mia figlia deve andare ai pigiama party, inzupparsi alle fontane del parco, vendere limonata sul marciapiede, fare tutte le cose che fanno i bambini». La provoco: non ce li vedo, i Signori Carter, al colloquio con gli insegnanti. «E invece sì: queste cose le prendo sul serio». Mi parla poi dei sacrifici che ha fatto da ragazzina, delle migliaia e migliaia di ore passate a far pratica, a migliorarsi. Crede di essersi guadagnata il diritto di fermarsi ogni tanto. «Non credo di dover più compiacere nessuno. Mi sento libera, adulta, cresciuta. Posso fare quello che voglio, dire quello che voglio. Posso anche smettere di lavorare, se voglio. E per questa libertà che ho lavorato tanto, prima». Non ha nessuna intenzione di andare in pensione, sia chiaro. Ma c’è una nuova libertà nella vita di Beyoncé Knowles. C’è una nuova felicità. E a pochi metri dal divanetto in cui siamo seduti, oltre il muro che è il confine di questo mondo famoso e dorato, c’è un passeggino. C’è Blue. C’è il futuro.

 

Ringraziamo Moreno per aver acquistato la copia digitale di Vanity Fair!

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