Gianluca Fazio
Beyoncé – BEYONCÉ (Recensione Album)
18 Dicembre 2013
in NUOVO ALBUM, News

BEYONCÉ

Recensire BEYONCÉ non è un’impresa semplice poiché si tratta di recensire un’esperienza; è chiaro già dal titolo, composto da tutte lettere maiuscole, che ne rispecchia l’imponenza e l’aspetto autobiografico. BEYONCÉ è il disco di una donna che comprende di aver superato la fase del desiderio di accettazione ancora di impronta adolescenziale per consacrarsi come donna adulta, libera di sbarazzarsi di vecchi trofei costati troppo cari sapendo di poter approdare a conquiste di ben più alto spessore.

Se con 4 il bisogno artistico era ancora rivolto al mondo esterno, con l’intenzione di scrivere un album classicamente R&B che superasse i vincoli del tempo, quest’ultimo disco si rivolge ad un’analisi interiore nelle sfumature della personalità dell’autrice talvolta in contrasto tra loro eppure perfettamente integrate. Le sonorità dell’album sono pienamente attuali, significativamente poco innovative nelle scelte strumentali ma molto sperimentali nelle strutturazioni dei singoli brani e dell’intero progetto. A Beyoncé non interessa più scrivere l’opera senza tempo: desidera scrivere l’opera che rispecchia il periodo della vita in cui si trova. Il repentino cambio di indirizzi e tendenze musicali all’interno di diverse tracce costituisce una sorta di leitmotiv dell’intero progetto: scopriamo proseguendo con l’ascolto che l’ispirazione del disco non è né di netta prevalenza R&B come fu 4 né di impronta pop come fu I Am… Sasha Fierce ma caratterizzata da molteplici orientamenti, con influssi hip-hop, pop e soul.

Apre l’album Pretty Hurts, brano che trasporta immediatamente all’interno di un concorso di bellezza mostrando un ambiente che trasmette pesante ostilità attraverso la preparazione alla costruzione della miglior maschera di seduzione possibile, composta da infiniti sacrifici che vengono messi in crisi da una domanda riguardante proprio l’ambizione, forse il punto di partenza della carriera di Beyoncé. La domanda “Qual è la tua aspirazione nella vita?” fa cadere Beyoncé vittima della propria ambizione senza aspirazione: si è così dedicata all’arrivare da qualche parte che ha dimenticato la destinazione. Il brano di apertura rappresenta una scelta significativa per immergere l’ascoltatore nel mondo del disco, e può essere inteso come manifesto dell’intero progetto. Aprire con una ballata dalle percussioni potenti come Pretty Hurts è una dichiarazione sia di lontananza dalla spavalda e sensuale popstar che dominava fiera i riflettori in Crazy In Love, Déjà-Vu e Beautiful Liar sia di distanza dalle calde melodie di If I Were a Boy e 1+1, tutti brani di incipit dei progetti precedenti. Aprire con Pretty Hurts significa che la sicurezza ha lasciato posto alla messa in discussione attraverso un necessario periodo di rabbia, rifiuto e disprezzo. Visualizzo la traccia come un risveglio dal torpore, come la presa di coscienza di un’adolescenza vissuta in ritardo, in cui la possibilità di un’individuazione viene giocata solamente nel momento in cui le pressioni esterne riescono ad essere interiorizzate, integrate e gestite dalle proprie possibilità artistiche mediante una creazione personale e comunicativa. Significativo è il fatto che il video di Pretty Hurts si concluda con l’immagine di una piccola Beyoncé che, di fronte ad un microfono più alto del suo stesso viso, si rivolge ad un pubblico come una piccola diva: è questo il punto di partenza di un’esperienza che, nata dal disagio delle aspettative e dell’ambizione, comincia a trasformarsi in un autentico percorso di autosvelamento.

Ghost è l’inizio del viaggio che segue questo risveglio della coscienza, l’esplicita dichiarazione di poetica che in Pretty Hurts poteva solo essere intuita. L’atmosfera si tramuta in un fiume di parole dal tono robotico in cui Beyoncé prende posizione critica nei confronti delle costrizioni a cui si è sentita assoggettata per troppo tempo. Il primo passo del percorso di emancipazione è Haunted, che mostra l’ingresso di Beyoncé a testa alta in un’enorme villa con stanze a porte aperte in cui poter osservare senza timore scene inquietanti e liberamente passare oltre, fino alla decisione di auto-dichiararsi regina di quel mondo di cui da vittima è diventata leader. Non è casuale che il video sia un tributo ai brani Erotica e Justify My Love di Madonna, capostipite delle “independent women” nella musica, che hanno avuto la forza di sottrarsi alle prescrizioni altrui per imporre le proprie regole. In suo onore il tono è languido e i 125 bpm uniti alla cassa in quattro quarti lo rendono dapprima un brano decisamente più pop che R&B, fino alla svolta che dal bridge conduce alla conclusione con una ritmica di impronta hip-hop.

Le sonorità pop vengono temporaneamente abbandonate con Drunk In Love (feat. Jay Z), brano il cui titolo non deve trarre in inganno: non è la nuova Crazy In Love, non è la canzone dell’esplosione dell’innamoramento. Forse è la nuova ’03 Bonnie & Clyde, con cui condivide l’atmosfera della “life of sin”.

L’ispirazione hip-hop torna in altre tracce dell’album, come Yoncé e Partition, toccando nell’essenzialità di quest’ultima il suo apice. La produzione prevalentemente drum and bass unita ad una melodia sexy e ipnotica rende questo brano uno dei più potenti di tutto il disco. La maternità non ha distolto Beyoncé dal desiderio di esprimere la propria sensualità, conscia di una desiderabilità sessuale che non è più in grado di sovrastarla ma che, anzi, domina come vera padrona del proprio corpo al di là delle facili ipocrisie. Significativa è la conclusione del brano, in cui una suadente voce sussurra in francese: “Tu ami il sesso? Gli uomini pensano che le femministe detestino il sesso, ma è un’attività alquanto stimolante e naturale, che le donne adorano”.

I momenti più riflessivi del disco riguardano un aspetto di indagine interiore, mentre Partition è un brano corporeo. È il brano del corpo.

La ballata Jealous si pone in continuità col video di Partition evidenziando un contrasto che al primo sguardo e al primo ascolto lasciano quasi interdetti. La linearità spezzata dall’accostamento di questi brani pone in rilievo la molteplicità di anime del disco che si alterna, proprio come la vita reale, tra momenti di fierezza e momenti di fragilità. Mai un album di Beyoncé è stato così completo nell’esplorare le dimensioni interiori, talvolta discordanti, che ne compongono la dimensione umana. La fierezza di Partition si trasforma in rabbia ed ammissione di debolezza che culmina nell’abbraccio della persona amata da cui, nonostante la rivendicata indipendenza, non è possibile separarsi.

Ultimi brani di influenza hip-hop sono Bow Down e ***Flawless (feat. Chimamanda Ngozi Adiche), in cui l’aggressività del beat e del testo sono ben interpretati dalla voce a tratti distorta che, per stessa ammissione dell’autrice ai microfoni di iTunes Radio, rappresenta un momento di rabbia così profonda che persino Beyoncé fatica ad accettare, tanto da affermare non si tratta della Beyoncé che si sveglia ogni mattina. La rabbia è una componente dell’album che viene incanalata  in una forma artistica cruda e sincera, proprio come il sentimento stesso.

L’ispirazione pop, in contrasto con quella hip-hop, emerge in tracce come Blow, in cui torna la Beyoncé che finalmente può far ballare anche noi europei. Plurime sono le influenze rintracciabili in questo brano: si possono cogliere contemporaneamente armonie disco anni ’70, immagini video anni ’80 e beat anni ’90. Se aggiungiamo un pizzico di Feedback di Janet Jackson entrano anche gli anni 2000.

Le firme dell’ultimo Pharrell e di Timbaland rispettivamente per la produzione della prima e della seconda parte della traccia sono inconfondibili, così come lo è la mano del co-autore Justin Timberlake. Anche in questo caso è presente una scissione in due atti, uno più pop e uno più R&B, che però non minaccia la fluidità dell’ascolto.

Blow è il prevedibile singolo col più elevato potenziale radiofonico internazionale per via dell’immediatezza della melodia e dell’esuberanza del ritmo, che tuttavia si discosta solo apparentemente dagli intenti artistici premessi nell’incipit del disco: è la dichiarazione che prendere posizione critica rispetto alle regole del mercato discografico non significa necessariamente rifiutare quanto di buono da esso possa essere assunto. Blow è la parentesi di spensieratezza in un album che ha un appeal tutt’altro che istintivo, con cui si crea un feeling che si intensifica con gli ascolti, notando nuove sfumature vocali che nella maggior parte delle tracce sono esaltate dall’essenzialità delle produzioni spesso limitate a poco più che un drum and bass.

Affine a questo brano per l’appeal radiofonico e la leggerezza è XO, forse l’unico momento dell’album in cui Beyoncé canta come se stesse sorridendo. È un brano che trasmette delle sensazioni di serenità che mancavano dai tempi di I Am… in tracce come Smash Into You o Hello; in fondo, non può che ricordare queste atmosfere un pezzo scritto da Ryan Tedder.

Tuttavia, la componente più riuscita e più autentica dell’album è come sempre quella R&B.

Comincia con Rocket, ritratto di quel caldo R&B classico che non può mancare in un disco di Beyoncé: è il brano che trasmette la sicurezza di sentirsi a casa. Degna erede di tracce suggestive come 1+1 o Resentment, percorre un amplesso che cresce nella voce con sensuale discrezione fino all’orgasmo.

È con Mine però che si raggiunge l’apice della sezione R&B del disco. Come altre tracce dell’album presenta la scissione in due atti, caratterizzati il primo da un’intima riflessione sulla relazione amorosa e il secondo da un dialogo col partner, come se le meditazioni maturate durante il primo momento, accompagnato esclusivamente da un pianoforte, acquistassero il carattere di concretezza verbale grazie al sottofondo di forti percussioni: Mine è un pensiero che si fa parola.

Il brano suona come una dichiarazione d’amore dapprima ponderata nell’interiorità che, con coraggio, diventa finalmente parola espressa trascinando con sé il carico emotivo che prende corpo mediante un beat che ricorda il battito di un cuore sollecitato da vissuti di forte intensità.

Conclude la sezione R&B il brano Superpower (feat. Frank Ocean), che fonde elementi classici a sperimentazione, in cui Beyoncé rappresenta la parte tradizionale attraverso una melodia che risente dell’influenza di Etta James mentre Frank Ocean delinea il fattore di modernità con la propria voce che accompagna tutto il pezzo come un arpeggio e si inserisce a tratti come coro. L’amalgama è riuscito: Frank Ocean è l’anima dell’R&B attuale che più riesce ad entrare in sintonia con Beyoncé. Lo sapevamo già da I Miss You.

Ritornando alle ballate pop, altri cavalli di battaglia nella discografia di Beyoncé, notiamo che la componente malinconica del disco trova la sua espressione più alta in Heaven, ballata caratterizzata dalla prevalenza di toni gravi sia nell’accompagnamento sia nella voce che ricorda la melodia di He Loves Me (Lyzel in E Flat) di Jill Scott, brano caro a Beyoncé cantato nel The Beyoncé Experience Live in medley con Dangerously In Love. Di questo brano riprende l’anima discreta trasportandolo in un registro fortemente nostalgico.

Chiude il disco la ballata più dolce mai cantata da Beyoncé, riguardante la gioia della maternità, che funge da omaggio alla persona che più ha ispirato un’opera complessa e articolata come BEYONCÉ: Blue. Il videoclip che accompagna la traccia ha contemporaneamente un’anima nostalgica e contorno vivace, colorato e pieno di persone, proprio come la nuova esperienza della maternità. Questi elementi coesistenti conferiscono al brano un’aria quanto mai completa e, in quanto tale, autentica.

Concludendo l’album con una traccia del genere si sente quanti cambiamenti siano avvenuti rispetto all’epilogo di 4 con Run the World: siamo passati da una giovane donna che riassume il proprio progetto discografico gridando di essere regina del mondo ad una giovane madre che conclude il proprio album sussurrando di essere regina nel proprio mondo, ritrovando una dimensione intima, quasi domestica, caratterizzata da momenti alterni di ira, di debolezza, di gioia e di fierezza. Il risultato di questa pluralità e complessità di emozioni è un disco di livello decisamente più alto poiché più autenticamente personale.

Dopo un album così complesso ed elaborato è naturale chiedersi quale può essere il futuro dell’artista, in che modo può ancora crescere, quale carta non ha ancora giocato.

La risposta a mio avviso è una: sperimentazione musicale.

4 è stato l’album che ha sancito l’indipendenza artistica di Beyoncé attraverso un ritorno al passato coraggiosamente controcorrente nell’intento di creare un disco senza tempo, è l’album che dice: “Ecco cosa sono in grado di fare.”

BEYONCÉ è l’album dell’esplorazione del mondo interno dell’artista, è l’album che dice: “Ecco come sono cambiata.”

Il prossimo album dirà: “Ecco come cambio la musica. Ecco come cambio le regole, ancora.”

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